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I CRITICI INTERNAZIONALI ALL'OTTAVA EDIZIONE DI SEGNI D'INFANZIA: SPUNTI(NI) CRITICI.

The black sheep – a modern fairy tale?
Once upon a time there was this sheep and this pig. They were trying to get along but they didn´t. The pig felt lonely because the sheep had friends. Staged with the magic of clowning, the two actors, Alessandro Nositti, Daniele Gol, gives us a world where the two animals has human emotions and beliefs and on the other hand, they themselves act out animal movements and sounds. The pig wants to take part but has to take that part away from the sheep while the sheep wants the pig to become another sheep . Around this the story spins and evolves and objects, costymes music are all in this with full attentiveness, love and timing from the two on stage who finally becomes one. Is that possible, can a pig become a sheep and vice versa. The black sheep is the answer and what a laughter and joy it gives.
Critique by: Karl Svantesson

La pecora nera – una favola moderna?
C'erano una volta questa pecora e questo maiale. Provavano ad andare d’accordo senza riuscirci. Il maiale si sentiva solo perche la pecora era piena di amici. Realizzato con la magia della clownerie, i due attori Alessandro Nosotti e Daniele Gol, ci regalano un mondo in cui due animali hanno emozioni umane e un umano sistema di credenze e allo stesso tempo loro stessi impersonano i movimenti degli animali e i suoni. Il maiale vorrebbe far parte della vita della pecora ma deve rubare la scena alla pecora, che invece vorrebbe che il maiale diventasse tale e quale alla pecora. Questo il tema attorno al quale ruota e si evolve la storia e gli oggetti, i costumi e la musica si inseriscono con ottima reattività, amore e ritmo grazie ai due attori sul palco, che si fondono finalmente in una sola figura. È di fatto possibile? Può un maiale diventare una pecora e viceversa? La pecora nera è la risposta e quante risate e gioia regala!
Critica di: Karl Svantesson (Traduzione di: Sergio Lo Gatto)

«LA PECORA NERA» du Teatro Distinto a réussi le pari de réunir petits et grands avec une œuvre d’une belle qualité d’écriture. Ils sont deux, tel Laurel et Hardy : moi le petit blanc chauve avec une cloche autour du cou, toi le grand noir avec grosse touffe de cheveux. L’un protège ses brebis blanches ; l’autre accueille un cochon dans son pré capillaire ! L’un semble avoir le pouvoir ; l’autre la puissance créative. À ce petit jeu sans parole où la danse et le jazz se taillent la part du lion (!), rien d’étonnant à ce que l’un impose à l’autre sa vision de l’animalité: ce cochon sera recouvert de laine! Après d’âpres négociations et de batailles, il sera brebis mi-blanche, mi-noire. La scène métaphorise à merveille le cloisonnement entre les genres, l’antagonisme entre deux approches de l’humanité : biologique et culturelle. Je n’ai pu m’empêcher de faire le lien avec le récent débat autour du mariage pour tous. La force de «La pecora nera» est de nous proposer un langage artistique qui transcende les différences, qui offre une vision dynamique de la mondialisation où la diversité crée l’unité pourvu que le lien soit au service du sens. C’est rondement bien interprété, joliment scénographié, musicalement astucieux. Ce spectacle est un tour de force parce qu’il invite petits et grands à questionner leur image du village global là où le politique leur promet de faire sienne une maxime populiste : «chacun sa brebis, les cochons seront bien gardés».
Pascal Bély – Le Tadorne.

http://www.festivalier.net/2013/11/segni-dinfanzia/






















































COMPAGNI DI BANCO

A Mantova siamo riusciti a vedere anche nella sua edizione definitiva "Compagni di banco" di Teatrodistinto. Lo spettacolo conferma lo stile e la poetica della compagnia alessandrina, basati su un teatro minimalista che privilegia l'immagine alla parola, cercando di suggerire atmosfere piuttosto che proporre una narrazione di fatti. In “ Compagni di banco” due uomini si incontrano per caso in una via qualsiasi di una città qualunque e quasi immediato scatta il ricordo, la frequentazione assidua di un anno scolastico di parecchi anni prima, interrotta ai primi freddi dell'inverno dalla partenza di uno dei due.

Una musica briosa sottolinea gli avvenimenti quotidiani, la vita scolastica fatta di esercizi, di bisticci, di rapporti difficili con gli insegnanti, di condivisione di paure e di aspettative, avendo come complice muta una finestra che registra il passaggio del tempo. Rare le parole, la scena è contrassegnata da pochi elementi tra i quali troneggia un banco, vero protagonista dello spettacolo, utilizzato come quaderno, come elemento di condivisione e di divisione, come possibilità di creazione di personaggi della memoria. Precedentemente avevamo notato come mancasse tra i due protagonisti un vero momento di condivisione della memoria, qui una foglia, in modo poetico ed immediato, supplisce egregiamente a quella mancanza e riempie così di emozione lo spettacolo, dandogli una luce poetica finalmente totalmente convincente. Mario Bianchi
http://www.eolo-ragazzi.it/view.php?id=1346

CENERENTOLA NON ABITA PIU' QUI
Tra gli spettacoli più interessanti di questa edizione del festival torinese Giocateatro c’è senza dubbio “Cenerentola non abita più qui” di Teatrodistinto. Il titolo è forse un po’ fuorviante anche se evocativo: il lavoro di Gol e Nosotti, registi con Laura Marchegiani, non racconta la fiaba citata, ne’ altre, racconta in effetti, con pochissime parole, l’impossibilità di raccontare ancora storie ad un pubblico.
Due addetti alle pulizie di un teatro entrano in scena in una pavimento di fogli di carta appallottolati, nel raccoglierli per buttarli ne leggono uno e scoprono che il teatro verrà chiuso perché troppo vecchio, tutti gli altri fogli sono lettere del direttore che avverte del fatto tutte le categorie coinvolte nel teatro: tecnici, registi, attori, organizzatori, maschere, cassieri, sarti e anche il pubblico, naturalmente.
I due personaggi non vogliono accettare la notizia, li vediamo presi da un senso di vuoto e di abbandono che forse i bambini intorno ai sei anni non possono capire fino in fondo, c’è una complessità emotiva nei sentimenti di assenza e di lutto per una perdita che non siamo sicuri possano essere colti pienamente. Pensiamo però che la pulizia e la precisione stilistica dello spettacolo aiutino anche i più piccoli a focalizzare l’attenzione sul significato profondo di una situazione altamente simbolica (in modo ancora più forte per gli operatori del settore).
Le poltrone scoperte dal lenzuolo antipolvere che rivelano le voci di storie famose, racchiuse nell’aria stessa del teatro, e la piccola scatola che libera applausi sono momenti più strettamente “teatrali” e intensamente poetici. L’idea dello spettacolo è comunque positiva, seppur malinconica: il finale ci mostra che c’è sempre qualcuno disposto ad aspettare che gli si racconti una storia.
Elena Scolari.
http://www.eolo-ragazzi.it/view.php?id=1232

KISH KUSH

Cominciando da quelli dedicati ai bambini più piccoli, ecco "Kish Kush ", del Teatrodistinto di Alessandria, con Daniel Gol e Alessandro Nosotti , regia di Laura Marchigiani, che nasce come progetto finalista per Scenario Infanzia 2008 ( si veda la recensione in proposito di Mario Bianchi per Maggio all’infanzia). Benchè la scheda della Compagnia lo proponga per spettatori tra i 6 e i 12anni, il suo pubblico ideale, secondo me, va identificato ( con qualche sfoltitura della seconda parte ) tra i piccoli della Materna e del primo ciclo elementare. Lo spazio diviso longitudinalmente da un velario trasparente propone agli spettatori punti di vista differenti su due personaggi e le loro azioni : simili ma diverse, vicine ma separate. Ma se le lingue sono distanti, i gesti, minimi e rigorosi parlano un linguaggio universale che si affida a simboli, suoni, tracce permettendo l’incontro tra i due. Si apre dunque uno spazio per la riflessione sul rapporto con l’altro, lo straniero, sul concetto di confine, su uno spazio da condividere, su un dialogo da inventare: e sul valore dello scambio, come forma primaria di comunicazione. C’è dentro questo spettacolo tutto un mondo di emozioni primarie,di fantasticherie, di paure molto presenti tra i bambini ( Kish Kush in ebraico significa scarabocchio, la prima manifestazione grafica infantile) soprattutto oggi in una cultura multietnica in cui è indispensabile confrontarsi con le problematiche della diversità e dell’accoglienza.
http://www.eolo-ragazzi.it/view.php?id=917


“Kish Kusch” di Daniel Gol e Alessandro Nosotti con la regia di Laura Marchigiani è uno spettacolo delicato e poetico recitato in punta di piedi per un pubblico limitato. All’interno di un riquadro bianco, suddiviso diagonalmente da un muro di carta, convivono due personaggi provenienti da luoghi differenti. Il primo vive tra la sabbia ed il vento, l'altro si inebria del profumo delle arancie.Attraverso suoni, oggetti e ombre riflesse, i protagonisti entrano piano piano in relazione, pur non vedendosi. Una lettera permette infine loro di comunicare, e così il muro viene abbattuto e può iniziare finalmente un confronto più diretto, fatto di parole sconosciute, sapori da scoprire, spazi comuni da ridefinire. I due sono diversi in tutto ,vivono in mondo fatto di confini che piano piano come il muro si sbrecciano, ognuno di loro incomincia ad interessarsi dell'altro, prima ad osservarne il corpo, poi le cadenze infine i due cominciano a scambirsi il cibo e le abitudini. Lo spettacolo vive sul concetto di diversità ,unito al valore della conservazione della propria cultura. Nucleo principale della vicenda è lo scambio, inteso come possibilità di arricchimento e superamento del pregiudizio. Kish-Kush, ovvero scarabocchio in lingua ebraica, è il luogo dove si svolge lo spettacolo, dove rimangono disegni e resti di mondi diversi che finalmente si sono incontrati . Kish Kussh, è uno spettacolo prezioso , fatto di piccoli gesti sempre significanti, di silenzi e di sguardi che valgono quanto le parole.
Mario Bianchi

Lo spazio diviso longitudinalmente da un velario trasparente propone agli spettatori punti di vista differenti su due personaggi e le loro azioni : simili ma diverse, vicine ma separate. Ma se le lingue sono distanti, i gesti, minimi e rigorosi parlano un linguaggio universale che si affida a simboli, suoni, tracce permettendo l’incontro tra i due. Si apre dunque uno spazio per la riflessione sul rapporto con l’altro, lo straniero, sul concetto di confine, su uno spazio da condividere, su un dialogo da inventare: e sul valore dello scambio, come forma primaria di comunicazione. C’è dentro questo spettacolo tutto un mondo di emozioni primarie,di fantasticherie, di paure molto presenti tra i bambini ( Kish Kush in ebraico significa scarabocchio, la prima manifestazione grafica infantile) soprattutto oggi in una cultura multietnica in cui è indispensabile confrontarsi con le problematiche della diversità e dell’accoglienza.
Mafra Gagliardi

Anche l’altro finalista del premio Scenario, Kish Kush della compagnia Teatrodistinto di Alessandria meriterebbe uno sviluppo maggiore degli elementi che si contrappongono e scoprono durante l’interessante incontro tra i due mondi diversi, rappresentati con grande intensità di accenti dai bravi attori Daniel Gol e Alessandro Nosotti che, assieme alla bella trovata iniziale dello spazio scenico a pianta centrale diviso in due parti, costruiscono un potenziale spettacolo zen per via dei ritmi coraggiosamente controtendenza rispetto al nostro fast world.
Tonio De Nitto
http://www.eolo-ragazzi.it/view.php?id=904


Di: Filomena Spolaor
domenica 25 aprile 2010 17.13
Questo spettacolo prodotto da Teatrodistinto e finalista del Premio Scenario per l'Infanzia del 2008, ha parlato, come suggerisce l'apposizione del titolo "tracce di un incontro", della questione delle diversità tra culture. L'azione è stata giocata da due attori percorrendo rapporti spaziali opposti, sempre aperta all'improvvisazione sullo spartito di carta bianca che attraversava obliquamente il palcoscenico. Un personaggio in un bianco abito orientale soffiava pazientemente della sabbia che in piccoli cumuli era stata disposta intorno a lui, filtrandola poeticamente con le dita delle mani. La sensorialità percettivamente scoperta dai suoi gesti ha posto in ascolto l'ombra apparsa nel secondo lato dello schermo divisorio, creando un dialogo tra i loro corpi strutturato su uno scambio armonioso di gesti in cerca di risposte reciproche. Kish-Kush ovvero disegnare con fantasia un ritratto dell' altro, il significante contenuto della parola "persona", interpretato cercando la definizione di un'istanza comunicativa che passa dal suono inarticolato BL a prove di un contatto per mezzo di una lettera da far passare in una fessura tagliata sul muro di carta, al suono di danza delle mani. Il séparé cartaceo è stato strappato e la luce nuda di una coppia di lampadine poste ai due vertici del quadrato agito scenicamente ha caraterizzato gli oggetti d'uso delle proprie tradizioni, delle arance italiane o un sasso ebraico. I segni della diversità dei due attori, uno alto e l'altro più basso, sono stati circoscritti anche dai loro soggettivi modi di abitare una dimora comune (secondo l'uso italiano di dormire su di un'area tratteggiata dal gessetto colore azzurro come un cielo, o l'uso ebreo di sonnecchiare seduti sopra le ginocchia); il conflitto si è scatenato quando l'attore più alto ha rubato il sasso del figurante ebreo, ma si è risolto nella pace di un dialogo che ha indotto gli spettatori bambini a imparare le parole straniere espresse da una chiarissima oralità performativa. La metafora teatrale di un vortice disegnato sulla sabbia ha coinvolto i nostri sguardi nel percorso di distensione con il quale gli interpreti hanno svolto quel rotolo di carta che alla fine è diventato una fascia elastica a cui tendere le nostre braccia.

Di: Maria Claudia
martedì 20 aprile 2010 17.48

All’inizio sembra di assistere a due spettacoli differenti: il palco, sul quale vengono accolti i piccoli spettatori, è diviso in due da una diagonale, un telo bianco a segnare lo spazio dell’alterità. Da un lato un omino vestito di bianco- Daniele Gol- gioca con una sottile e impalpabile sabbia, dall’altro lato uno spilungone tutto gambe- Alessandro Nosotti- anche lui in bianco, si trastulla con delle arance. Sul telo si contorce rispettivamente l’ ombra dispettosa dell’altro personaggio: ognuno dei due protagonisti è incuriosito dal profilo che si muove accanto a lui, l’ansia di conoscere ciò che non si vede bene diventa presto desiderio di scoperta. L’apparente atmosfera di surrealtà donataci dal bianco e dai primi minuti di silenzio è interrotta dallo squarciarsi del muro di carta: ecco prendere inizio la storia di un incontro. E’ un incontro come tanti, come i migliaia e milioni di incontri tra bambini, uomini, donne, che oggi come ieri, si spostano dal proprio paese e incontrano chi è diverso da loro. E’ un incontro come tanti, come i migliaia e milioni di incontri di chi, al sicuro nel proprio paese, nella propria casa, tra le proprie cose, con la propria stabilità, incontra chi arriva da lontano ed è diverso. I due protagonisti si guardano sospettosi, si annusano, si odorano. Si parlano e non si capiscono. Uno parla italiano, l’altro ebraico. Ognuno cerca di definire il proprio spazio, di difendere la propria casa, cerca di farsi capire usando pennello e colori. Ed ecco venir fuori sull’enorme spazio bianco ai loro piedi un grande Kish-Kush. Uno scarabocchio, in lingua ebraica. Un pasticcio di linee, di case stilizzate, di equivoci tra il mio e il tuo, tra il questo e quello, un miscuglio di lingue e di sapori, di arance e di semi di zucca. Un miscuglio che alla fine, superate le paure, le perplessità, può diventare un miscuglio meraviglioso. Vivevo solo in uno spazio tutto mio e poi è venuto fuori un pasticcio, uno scarabocchio- ma basta una maschera dipinta per scimmiottarsi a vicenda e un lungo nastro bianco, memoria di un muro che adesso non è più invalicabile, per tendersi la mano a vicenda e gridare shalom.
http://www.teatrocasalecchio.it/home/kish-kush-tracce-di-un-incontro/feed/

Due uomini, due culture. Un muro, un telo bianco posto diagonalmente che li separa. Questo è il primo dei tanti steps che hanno accompagnato il pubblico durante la visione di Kish-Kush, uno degli spettacoli rappresentati all'Oda Teatro venerdi 22, durante la 'staffetta artistica' tenutasi tra Teatro del Fuoco e Oda.
I due protagonisti, l'uno ebreo, l'altro italiano, vivono due vite parallele e d'un tratto, si incontrano grazie a giochi di luci, ombre e suoni. La curiosità prende il sopravvento sulla paura e il muro che li divide viene distrutto da una lettera.
Non ci sono più divisioni, le culture si mischiano mantenendosi sempre eterogenee. Ma non basta, si cerca di scoprire sempre qualcosa in più sulla cultura dell'altro e in un climax fatto di gesti, suoni, oggetti colmi di significati si raggiunge la tolleranza, distrutta poi dall'immediata insofferenza per le abitudini altrui. Non c'è la necessità di molte parole o fitti discorsi, in quanto qualsiasi tipo di linguaggio risulterebbe incomprensibile.
Gli incontri-scontri tra i rappresentanti di due diverse etnie è dato dalla conoscenza di nuovi cibi, nuovi concetti che diventano il carrello portante del nucleo della rappresentazione. Quando finisce il momento della scoperta iniziano gli scherzi che sfociano negli scherni. Inizia il momento dell'insofferenza, dell'intolleranza verso l'altro, della separazione dei due mondi ma, dopo aver raggiunto lo zenith dell'insopportabilità, ritorna il sorriso, la gioia di viversi e conoscersi. E in modo assolutamente circolare finisce la storia di Kish-Kush, del bianco e nero: entrambi mantengono un lungo foglio bianco che li separa, nonostante i contatti ormai stabiliti.
Il tema della diversità, del disagio verso l''altro', è alla base di questo spettacolo, considerato come un'allegoria della nostra società, frantumata dal difficile rapporto tra diverse etnie.
I due protagonisti ci dimostrano che i pregiudizi possono essere superati grazie alla reciproca voglia di conoscere e conoscersi e, nonostante le forti divergenze, è possibile incontrarsi per poter instaurare una stabile convivenza fondata sul rispetto reciproco.
Ma i veri protagonisti non sono stati gli attori o gli attenti operatori, quanto i curiosi bambini, giudici supremi dotati di quella spontaneità che non impone limiti a una risata o a un'insofferenza dettata dallo scarso gradimento. Infatti, durante la rappresentazione di Kish-Kush, gli esperti adulti hanno soffermato l'attenzione proprio sull'atteggiamento del pubblico più giovane. Essendo gli spettacoli rivolti soprattutto a bambini e ragazzi, è stato necessario analizzare i comportamenti dei bambini nei confronti di uno spettacolo con un tema così forte e contemporaneo. E i piccoli giudici non sono riusciti a controllare le risate, i sospiri dettati dalla suspence e le paroline lanciate in soccorso degli attori, durante l'avvicendarsi delle situazioni. E si ritorna così a quell'idea di teatro, quasi Shakespeariana che vuole il pubblico il vero e proprio personaggio principale della storia, parte integrante in una trama già scritta ma modificata attimo per attimo da tutte le sensazioni che scaturiscono nell'animo di ogni spettatore. E grazie a quest'ottica vengono affrontati anche temi poco consoni per i bambini che solo così riescono ad affacciarsi alla finestra di un mondo nuovo ma tutto da scoprire.
di Claudia Ficarelli da Foggia & Foggia

Articolo di Giulia Tirelli • 02/02/2010 •
Recensione a Kish Kush di teatrodistinto

In una società assillata dalla paura del diverso, rassicura che l'Arte costruisca discorsi e racconti che tessano un velo attraverso il quale guardare l'Altro con uno sguardo ormai estraneo alla visione culturale contemporanea di una società come quella del Nord-Est italiano.
Finalista a Premio Scenario Infanzia 2008, Kish Kush, che in ebraico significa "scarabocchio", si presenta come l'accenno di una riflessione in grado di far germogliare un approccio ormai dimenticato a ciò che appare lontano dalla nostra cultura, a partire dalla disposizione stessa del pubblico. Teatrodistinto invita gli spettatori a circondare sui quattro lati la scena, in una sorta di abbraccio all'umanità, intesa come insieme di esseri umani, non importa di quale nazione, "razza", colore, permettendo a ciascun individuo di sentirsi unico e allo stesso tempo uguale a chi gli sta accanto.

La possibilità di guardarsi negli occhi e di vedere le reazioni dei propri compagni apre ad un incontro, seppur subliminale, tra coloro che solitamente vivono il teatro in una condizione di totale solitudine, immersi nel buio della sala e nello schermo del palcoscenico. Non a caso la didascalia dello spettacolo recita "storia di un incontro e delle sue tracce": tracce non solo dello spettacolo, ma del teatro come esperienza concreta e in grado di modificare o aprire la nostra visione del mondo.

Ed è proprio così che lo spettacolo ha inizio. Sulla scena, uno striscione bianco divide lo spazio diagonalmente, impedendo agli spettatori di percepire entrambi i mondi ricreati, se non attraverso l'ombra che trapassa questo limite fisico. Ciò che è nascosto agli occhi appare come qualcosa di intangibile, di cui si cerca di ricostruire l'immagine congetturandone le caratteristiche a partire dal movimento del performer che sta oltre quella parete, quella soglia.

L'invisibile/non conosciuto appare come qualcosa di molto simile a noi, nelle nostre fattezze, qualcosa di si percepiscono le somiglianze, non le differenze. Il bianco della scena permette di proiettare le ansie e le paure di un incontro che avviene in primo luogo tra dati virtuali, se si considerano bianco e nero come lo 0 e l'1 del mondo informatico nel quale siamo totalmente immersi e che ci permette di venire a contatto con realtà a noi distanti, verso le quali proviamo un'ansia di conoscenza carica di aspettative che dà luogo ad una perdita quasi totale dell'esperienza fisica dell'incontro.

I due protagonisti, inizialmente muti, si conoscono, quindi, attraverso uno schermo che gli consente di tracciare il profilo di quel corpo che gli appare inizialmente così distante: un pennello permette loro di disegnare i contorni di quella che per la prima parte dello spettacolo sembra essere solo una presenza surreale. Ed è allora che iniziano veramente a conoscersi. Da questo momento avrà origine il loro incontro, spinti dalla curiosità, infantile in qualche modo, di scoprire cose nuove.

Attraverso passi sempre più azzardati, quella che inizialmente era solo una fessura aperta nello schermo da uno dei due ,si trasforma in qualcosa da strappare con tutte le proprie forze, fino a rivelare in tutta la sua apparenza un altro corpo. La sorpresa di trovarsi di fronte ad un essere umano identico a sè, ma diverso nel modo di vivere, non impedisce ai due performer di continuare il loro percorso di conoscenza. Una conoscenza profonda, che si serve di oggetti e immagini disegnate simbolici, in grado di svelare l'essenza di una cultura. La casa, il cibo e l'oggetto di culto si fanno emblema di ciò che è presente in tutte le culture, ma in forme diverse.

Daniel Gol e Alessandro Nosotti, diretti da Laura Marchegiani, riescono a dare forma alle dinamiche dell'incontro (attraverso azioni, battute e gesti molto semplici legati ad atteggiamenti tipicamente infantili) tra persone portatrici di mondi distanti gli uni dagli altri. Nonostante il grado di astrazione che lo spettacolo raggiunge grazie alla scelta di una scena totalmente bianca, il discorso risulta perfettamente comprensibile anche e soprattutto per gli spettatori più piccini. Basta pensare al finale, quanto mai emblematico: i due che tendono un telo bianco come quello che inizialmente li nascondeva l'uno all'altro, ma di cui ora rappresentano due estremità le cui braccia si protendono l'una verso l'altra, due punti tra i quali si apre un nuovo spazio puro da riempire con storie di altri incontri, luoghi nuovi e diversi, ma capaci di unire nonostante le differenze.

Sorprende di questo spettacolo il modo, sincero e crudele allo stesso tempo, di mettere tanto a nudo le dinamiche scatenate dalla mobilità dei popoli: ancora una volta, ciò che dovrebbe essere destinato ad un pubblico infantile è in grado di colpire al cuore anche adulti che, sommersi dal loro grado di maturità, dimenticano di fermarsi a riflettere sul mondo in cui vivono e di cui ormai non conservano alcuna traccia di consapevolezza.

visto al Teatro delle Maddalene, Padova